11/03/2015

Efrem il Siro prega: ciò che dà senso alla vita di tutti


Tratto da:
Alexander Schmemann, Quaresima: in cammino verso la Pasqua, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI) 2010


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Si ringrazia l’Editore per la gentile concessione


Guida alla lettura

Questa riflessione di Alexander Schmemann ha una dote rara e potente: parla a tutti, indistintamente, senza nulla perdere in forza e profondità. Pensata per i cristiani che vivono la Quaresima come un periodo di pentimento e di ritorno a Dio, mette in evidenza alcuni elementi in grado di orientare in modo positivo o negativo l’esistenza di tutti noi, e di fare della nostra vita un cammino sereno o un inferno senza fine.
L’uomo in preghiera – che la tradizione identifica con Efrem il Siro, uno dei Padri della chiesa orientale più antichi e autorevoli – chiede a Dio di essere liberato da quattro disordini spirituali: l’ozio, la tristezza (o acedia), la sete di dominio, le parole vane. E di ricevere in cambio quattro disposizioni buone: la castità, l’umiltà, la pazienza e l’amore. Dalla sintesi di questi doni scaturirà la forza di vedere i propri peccati e di non giudicare i fratelli.
A ben guardare, ciò che viene chiesto in questa preghiera ha un valore universale, e da esso dipendono anche l’equilibrio e la felicità di una vita laica. Efrem, infatti, definisce così i quattro disordini spirituali:
- l’ozio come passività di tutto il nostro essere, che ci persuade come nessun cambiamento sia possibile e quindi desiderabile;
- la tristezza come impossibilità di vedere qualcosa di buono o di positivo, al punto che tutto viene soffocato dal pessimismo;
- la sete di potere come conseguenza solo apparentemente paradossale dell’ozio e della tristezza, perché questi «viziando interamente il nostro atteggiamento nei confronti della vita e rendendola vuota e senza senso, ci costringono a cercare compensazione in un atteggiamento radicalmente sbagliato nei confronti degli altri»: un atteggiamento che può poi concretamente tradursi in dominio effettivo, ma anche in indifferenza, disprezzo, mancanza d’interesse, di considerazione e di rispetto;
- la parola vana come veleno delle relazioni, nella negazione estrema della propria originaria vocazione alla ricerca e all’espressione del vero e del bene.
Le quattro buone disposizioni, a loro volta, vengono presentate in questi termini:
- la castità, troppo spesso ridotta ad astinenza sessuale, è “disposizione all’integrità”, lotta contro la frammentazione delle nostre esistenze;
- l’umiltà è «la vittoria della verità in noi, l’eliminazione di tutte le falsità in cui noi viviamo abitualmente», così da essere capaci di vedere le cose come sono, e non come vorremmo che fossero;
- la pazienza, spesso confusa con una fragile indulgenza, è qualità divina per eccellenza e si identifica con la capacità di attesa che nasce da una visione profonda di tutto ciò che esiste;
- l’amore, infine, è innanzitutto liberazione dall’orgoglio, che ci spinge a fare di noi stessi il centro della vita e delle relazioni.
Così interpretata, la preghiera di Efrem il Siro diventa l’auspicio di chiunque voglia fare della propria esistenza un capolavoro di umanizzazione contro il dolore della solitudine, della disperazione e del disamore. Soprattutto per i giovani, stretti oggi fra una scuola sempre più mediocre e una crisi etica che soffoca i sogni, la lotta contro la disperazione e il pessimismo, la cura delle relazioni, l’umiltà e la pazienza, l’integrità e l’amore per gli altri e per la vita sono le condizioni indispensabili a un colpo d’ala che liberi dalla palude dell’inerzia e dia nuove prospettive al futuro.

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Signore delle nostre vite, allontana da noi lo spirito dell’ozio, della tristezza, del dominio, e le parole vane. Accorda ai tuoi servi lo spirito di castità, di umiltà, di pazienza, e la carità che non viene mai meno. Sì, nostro Signore e nostro Re, concedici di vedere i nostri peccati e di non giudicare i fratelli, e tu sarai benedetto ora e nei secoli dei secoli. Amen.

Questa preghiera attribuita a sant’Efrem il Siro viene recitata due volte alla fine di ogni liturgia quaresimale, dal lunedì al venerdì. Perché questa preghiera così breve e semplice occupa un posto tanto importante?
Il motivo è che essa enumera in maniera felice tutti gli elementi negativi e positivi del pentimento e costituisce, per così dire, un “promemoria” per il nostro sforzo personale di quaresima. Questo sforzo mira innanzitutto a liberarci da certe malattie spirituali fondamentali che deformano la nostra vita e ci mettono praticamente nell’impossibilità persino di cominciare a volgerci verso Dio.
La malattia di fondo è l’ozio. E’ questa strana indolenza, questa passività di tutto il nostro essere, che sempre ci abbatte piuttosto che sollevarci, e che costantemente ci persuade che nessun cambiamento è possibile e quindi desiderabile. E’, in realtà, un cinismo profondamente radicato, che a ogni sfida spirituale risponde: «A che pro?», e trasforma la nostra vita in un tremendo deserto spirituale. E’ la radice di ogni peccato, perché avvelena l’energia spirituale direttamente alla sorgente.
Il risultato dell’ozio è lo scoraggiamento. E’ lo stato di acedia, che tutti i Padri considerano come il più grande pericolo per l’anima. L’acedia è l’impossibilità per l’uomo di vedere qualcosa di buono o di positivo: tutto viene ridotto al negativismo e al pessimismo. E’ davvero un potere demoniaco in noi, perché il Diavolo è essenzialmente un bugiardo. Egli mente all’uomo sia su Dio che sul mondo, riempiendo la vita di oscurità e negatività. L’acedia è il suicidio dell’anima perché, quando l’uomo ne è posseduto, è assolutamente incapace di vedere la luce e di desiderarla.
Brama di potere! Per quanto possa sembrare strano, sono proprio l’ozio e lo scoraggiamento che riempiono la nostra vita di brama di potere. Viziando interamente il nostro atteggiamento nei confronti della vita e rendendola vuota e senza senso, essi ci costringono a cercare compensazione in un atteggiamento radicalmente sbagliato nei confronti degli altri. Se la mia vita non è orientata verso Dio, se non mira ai valori eterni, diventerà inevitabilmente egoistica e incentrata su se stessa, e questo significa che tutti gli altri esseri diventeranno dei mezzi al servizio della mia soddisfazione.
Se Dio non è il Signore e il Maestro della mia vita, allora divento io il mio signore e maestro, il centro assoluto del mio mondo, e comincio a valutare ogni cosa in funzione dei miei bisogni, delle mie idee, dei miei desideri e dei miei giudizi. In questo modo, la brama di potere vizia alla base le mie relazioni con gli altri: io cerco di sottometterli a me. Essa non si esprime necessariamente nel bisogno effettivo di comandare e di dominare sugli altri: può volgere benissimo all’indifferenza, al disprezzo, alla mancanza d’interesse, di considerazione e di rispetto. Si tratta, in realtà, di ozio e di acedia, ma questa volta riferiti agli altri; completa il suicidio spirituale con l’omicidio spirituale.
Infine il vano parlare. Di tutti gli esseri creati, solo l’uomo è stato dotato del dono della parola. Tutti i Padri vedono in questo il “sigillo” dell’immagine divina nell’uomo, perché Dio stesso si è rivelato come Parola (cf. Gv 1,1). Ma proprio perché è il dono supremo, esso è al tempo stesso il supremo pericolo. Poiché è l’espressione stessa dell’uomo, il mezzo della sua autorealizzazione, è anche, per questo stesso motivo, il mezzo della sua caduta e della sua autodistruzione, del suo tradimento e del suo peccato. La parola salva, la parola uccide; la parola ispira, la parola avvelena; la parola è strumento di verità ed è strumento di menzogna diabolica. Avendo un potere positivo estremo, essa ha per ciò stesso un estremo potere negativo. Essa crea davvero, positivamente oppure negativamente. Quando è deviata dalla sua origine e dalla sua finalità divina, la parola diventa vana: consolida l’ozio, l’acedia, la brama di potere, e trasforma la vita in un inferno. Diventa la potenza stessa del peccato.
Ecco, dunque, i quattro punti negativi oggetto di pentimento. Sono gli ostacoli che bisogna rimuovere. Ma Dio solo può rimuoverli. Da qui, la prima parte della preghiera di quaresima: questo grido che viene dal fondo dell’impotenza umana. Dopodiché la preghiera passa agli intenti positivi del pentimento, che sono anch’essi quattro.
La castità. Se non si riduce questo termine, come si fa così spesso e in modo errato, unicamente alla sua connotazione sessuale, la castità si può considerare come la controparte positiva dell’ozio. La traduzione esatta e completa del termine greco “sophrosýnē” e del russo “celomudrie” dovrebbe essere “disposizione all’integrità”.
L’ozio è soprattutto dissipazione, è il frazionamento della nostra visione e della nostra energia, l’incapacità di vedere il tutto. E suo contrario è quindi precisamente l’integrità. Se con il termine “castità” noi designiamo abitualmente la virtù opposta alla depravazione sessuale, è perché il carattere frammentario della nostra esistenza in nessun’altra parte appare così evidente come nel desiderio sessuale, che è alienazione del corpo dalla vita e dal controllo dello spirito. Cristo ripristina in noi l’integrità e lo fa ristabilendo in noi la vera scala dei valori, riconducendoci a Dio.
Un primo meraviglioso frutto di questa integrità, o castità, è l’umiltà. Essa è soprattutto la vittoria della verità in noi, l’eliminazione di tutte le falsità in cui noi viviamo abitualmente. Solo l’umiltà è capace di verità, di vedere e di accettare le cose come sono e quindi di vedere la maestà di Dio, la sua bontà e il suo amore in ogni cosa. Per questo ci è detto che Dio fa grazia all’umile e resiste al superbo.
La castità e l’umiltà conducono per loro natura alla pazienza. L’uomo “naturale” o “decaduto” è impaziente perché, essendo incapace di vedere se stesso, è pronto a giudicare e a condannare gli altri. Non avendo tuttavia che una conoscenza frammentaria, incompleta e distorta di tutte le cose, misura tutto a partire dai propri gusti e dalle proprie idee. Indifferente verso tutti, eccetto che verso se stesso, vuole che la vita gli sorrida, qui e ora. La pazienza, d’altro canto, è veramente una virtù divina. Dio è paziente non perché è “indulgente”, ma perché vede la profondità di tutto ciò che esiste, perché la realtà interna delle cose, che noi nella nostra cecità non vediamo, per lui è aperta. Più ci avviciniamo a Dio, più diventiamo pazienti, e più riflettiamo quell’infinito rispetto per tutti gli esseri che è la qualità propria di Dio.
E infine, la corona e il frutto di tutte le virtù, di ogni crescita e di ogni sforzo, è l’amore – quell’amore che, come già abbiamo detto, può essere dato da Dio solo – il dono che è la meta cui tende ogni preparazione e ogni ascesi spirituale. Tutto questo si trova riassunto e riunito insieme nella domanda che conclude la preghiera di quaresima, nella quale si chiede «di vedere i propri errori e di non giudicare il fratello». Perché, fondamentalmente, non vi è che un pericolo: l’orgoglio. L’orgoglio è la sorgente del male, e ogni male è orgoglio. Non mi è sufficiente vedere i miei errori, perché persino questa apparente virtù può trasformarsi in orgoglio. Gli scritti spirituali sono pieni di avvertimenti contro le forme sottili di una pseudo-pietà che, in realtà, sotto le sembianze dell’umiltà e dell’autoaccusa, può condurre a un orgoglio veramente diabolico. Però, quando “vediamo i nostri errori” e “non giudichiamo i nostri fratelli”, quando, in altri termini, castità, umiltà, pazienza e amore non sono che una cosa sola in noi, allora, e solo allora, l’ultimo nemico – l’orgoglio – sarà distrutto in noi.

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Biografia

Alexander Schmemann, presbitero ortodosso, scomparso nel 1983 a poco più di sessant’anni, è stato docente di Storia della Chiesa presso l’Institut Saint-Serge di Parigi e di Liturgia al Seminario Teologico Saint Vladimir di New York. Uomo di profonda spiritualità e di elevata statura intellettuale, è ricordato come una delle figure che hanno maggiormente contribuito alla diffusione della teologia ortodossa in Europa e negli Stati Uniti.

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Parole chiave:
Autorealizzazione - Preghiera - Relazioni umane - Senso della vita - Speranza

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