27/02/2013

La morte di Gesù nel Vangelo secondo Luca


Tratto da:
Luciano Manicardi, L’umano soffrire, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI) 2006, p. 146-151


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Si ringrazia l’editore per la gentile concessione


Guida alla lettura

Luciano Manicardi commenta oggi il terzo racconto evangelico della morte di Cristo, quello di Luca. Anche in questo caso si tratta di un testo dalle forti valenze teologiche, arduo per la nostra mentalità, e come tale eloquente innanzitutto per chi crede e poi, fra i credenti, per chi sia abituato a leggere in profondità il testo biblico.
Dal racconto, però, emergono tre elementi che possono stimolare in tutti – credenti e laici – una riflessione non scontata sull’essenza della vita e della morte. In primo luogo, Gesù muore pregando, ma quella capacità straordinaria di morire affidandosi al Padre non nasce per caso, all’ultimo momento: è sintesi coerente di tutta la sua vita. In altre parole, valide in ogni ambito e per ogni essere umano: non si improvvisa ciò che non si è mai stati, ma con il tempo si può perfezionare solo ciò che si sceglie e si coltiva sin dalla giovinezza, in libertà e responsabilità. Qualche esempio, che volutamente scegliamo estraneo alla sfera religiosa, è sufficiente a illuminare l’enorme portata di questo dato: non si diventa professionisti di valore se a scuola non si costruisce saldamente la propria cultura; non si diventa capaci di ideali alti, o di scelte coraggiose, se non ci si educa al discernimento della realtà e delle proprie inclinazioni; non si diventa donne e uomini capaci di amare, se non si educa il proprio cuore al rispetto degli altri e di se stessi.
Secondo, la passione di Gesù è una storia di contraddizioni brucianti: l’innocente è condannato, un omicida viene scarcerato, i giudei condannano il Messia loro destinato, Pilato riconosce l’innocenza di Gesù e poi lo consegna ai carnefici, Pietro rinnega il suo Signore, Giuda tradisce il maestro con un bacio, ossia con il segno che per eccellenza esprimeva la devozione del discepolo. Anche la nostra vita è irta di contraddizioni: sul lavoro, nelle relazioni, nelle famiglie, all’interno del nostro cuore. Ma come la storia della contraddizione umana di fronte a Cristo diviene anche «storia dell’instaurazione della verità», così le contraddizioni che amareggiano i nostri giorni possono diventare un’occasione per fare verità su noi stessi e sugli altri, anche quando questa verità costi fatica e sofferenza: così, solo se saremo capaci di ritrovare la nostra verità nella contraddizione di un amore finito, di un lavoro perduto, di una vocazione tradita, di una malattia imprevista, potremo superare il dolore annichilente del fallimento e ridare fecondità al nostro cammino.
Terzo: il modo in cui Gesù muore, continuando a donare amore e futuro alle persone che lo circondano, sottrae l’evento della morte alla sua forza isolante, e lo trasforma in occasione di comunione. E questo, davvero per tutti, indipendentemente da ogni fede, è ciò che più di ogni altra cosa può dare un senso anche alla morte, togliendole quella minacciosa capacità di disgregazione che a volte ci rende sgomenti e ci porta a interrogarci, smarriti, sul senso di una vita destinata a finire.

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Il racconto di Luca
Era già circa l’ora sesta e si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo e Gesù, esclamando a gran voce disse: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito». Detto questo, spirò. Ora, il centurione, vedendo l’accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto!». E tutte le folle accorse insieme a quella visione, avendo osservato l’accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Stavano là tutti i suoi conoscenti, da lontano, e anche le donne che l’avevano seguito insieme fin dalla Galilea, a vedere queste cose (Luca 23,44-49).

Il racconto lucano presenta tratti peculiari e specifici sia rispetto a Marco che a Matteo. La morte di Gesù è preceduta da due segni: il segno cosmico del buio su tutta la terra e il lacerarsi del velo del Tempio. Il buio in pieno giorno viene specificato come dovuto a un’eclissi di sole. Si realizzano i segni predetti dai profeti come indicativi del giorno del Signore, il giorno escatologico: «Farò prodigi nel cielo e sulla terra… Il sole si cambierà in tenebre… prima che venga il giorno del Signore» (Gl 3,3-4); «In quel giorno – oracolo del Signore – farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno» (Am 8,9). A questo segno che avviene nel cosmo si accompagna un segno che avviene nel Tempio, nel centro religioso della città santa, Gerusalemme: lo squarcio del velo del tempio. Questo segno in Luca precede la morte di Gesù, una morte che avviene nella preghiera.
Dopo che si è lacerata la tenda che dava accesso al Santo dei Santi, al luogo della comunione più intima con Dio, Gesù mostra di vivere la comunione con Dio con la sua preghiera fiduciosa e serena. Gesù non muore avendo in bocca le parole angosciate del Salmo 22, ma un’espressione traboccante di fiducia in Dio tratta dal Salmo 31 («Padre, nelle tue mani affido il mio spirito»). Nessun grido angosciato di fronte all’abbandono da parte di Dio, ma una preghiera di abbandono fiducioso al Signore che esprime la filialità che Gesù ha sempre vissuto: Gesù muore abbandonandosi al Dio che chiama “Padre” [1]. Già prima, sulla croce, Gesù si era rivolto a Dio chiamandolo ”Padre” e invocando da lui il perdono dei suoi aguzzini (Lc 23,34). Questa invocazione era in bocca a Gesù dodicenne al Tempio (Lc 12,49 lett.: «Io devo rimanere nelle cose [nello spazio] del Padre mio») e in verità dietro di essa vi è l’esperienza di fede e di preghiera che ha retto tutta la vita di Gesù. La sua morte è in continuità con tutta la sua vita, e questa continuità egli la vive e la esprime nella preghiera, nella sua relazione con il Padre. Nel momento finale Gesù sintetizza in unità tutta la sua vita, passato e presente, e affronta con fiducia il futuro ponendolo nelle mani del Padre. Gesù non subisce la morte, ma la vive come un attivo affidamento a Dio. Gesù, che secondo Luca ha continuato a fare il bene fino alla fine (cf. la guarigione dell’orecchio del servo del sommo sacerdote al momento dell’arresto: Lc 22,50-51), muore come un “giusto”, cioè certamente come un innocente, ma soprattutto in conformità con il volere divino. Così la sua morte diviene esemplare: negli Atti degli Apostoli Stefano muore come Gesù (At 7,59-60). Come si può seguire Gesù nella vita, così lo si può seguire nella morte. La morte di Gesù è esempio delle morti dei martiri. Gesù è il “giusto” servo, la cui morte giustificherà molti, come afferma Is 53,11. Ma è anche il Messia, come appare dal suo rivolgersi a Dio come Padre: Gesù è il Figlio che ha vissuto tale filialità nella preghiera, nel dialogo con il Padre. Se subito dopo il battesimo Gesù aveva ascoltato la voce dal cielo che gli diceva: «Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3,22); ora, alla fine del suo ministero e della sua vita, egli si rivolge spesso e intensamente a Dio chiamandolo “Padre” (Lc 22,42; 23,34; 23,46). Gesù è il Figlio di Dio, è il Messia che si rivolge a Dio dicendogli: «Tu sei mio Padre» (Sal 89,27; 2Sam 7,14) [2].
Certo, se, come riconosce il centurione, Gesù era giusto, la sua condanna è stata una contraddizione. Cogliamo qui un aspetto tipico della passione e della morte di Gesù secondo Luca: Gesù è segno di contraddizione, è colui che svela i pensieri e i sentimenti dei cuori (cf. Lc 2,34-35). La presenza di Gesù suscita una divisione perché obbliga a prendere una posizione. Avviene così anche tra i due malfattori crocifissi con Gesù: uno lo riconosce come Messia e lo prega, l’altro lo bestemmia (Lc 23,39-43). Tutta la narrazione della passione è la storia dello svelamento delle intenzioni dei cuori dei personaggi che incontrano Gesù, i quali sono normalmente colti nella loro incoerenza e nella loro contraddizione. La passione è la storia di una contraddizione: l’innocente è condannato, un omicida viene rilasciato dal carcere, i giudei vogliono la condanna del Messia loro destinato, Pilato riconosce l’innocenza di Gesù e poi lo consegna alla morte, Pietro rinnega tre volte il suo Signore, Giuda tradisce il suo maestro e lo tradisce “con un bacio” (Lc 22,48), cioè con il segno di devozione del discepolo al maestro, le donne che piangono Gesù (le “piangenti”, donne che a pagamento seguivano i condannati a morte per fare il lutto su di lui) sono aspramente rinviate a piangere su se stesse e su Gerusalemme (Lc 23,26-31).
Ma questa storia della contraddizione umana di fronte al Figlio di Dio, diviene anche storia dell’instaurazione della verità, del ritrovamento della verità. E questo avviene proprio alla croce. Croce che per Luca è evento che dev’essere contemplato, visto. Egli parla infatti delle folle che «erano accorse a questo spettacolo» (Lc 23,48), usando il termine greco theoría, che indica la contemplazione, ciò che deve esser osservato e contemplato. Ora, dalla visione del Crocifisso le folle sono condotte a un ripensamento dei fatti accaduti e una loro inedita interpretazione: «Se ne tornavano percuotendosi il petto» (Lc 23,48). Il ritrovamento della verità, della giusta relazione con il Signore passa attraverso una rinnovata visione di sé: di fronte al Giusto condannato a morte emerge la contraddizione del proprio cuore e il ritorno intrapreso altro non è che il movimento della conversione, del cambiare strada. Si esce dalla contraddizione come Pietro che piange amaramente il proprio rinnegamento (Lc 22,62), come il ladrone che riconosce il male che ha fatto e la giustizia di Gesù (Lc 23,40-42), come le folle che dopo la visione della croce se ne tornano battendosi il petto e riconoscendo il proprio peccato (Lc 23,48). La tenebra in cui è sprofondato il cosmo nei momenti che precedono la morte del Messia è lo spazio della contemplazione: la tenebra abitata da Gesù (e segno della presenza divina anche nell’AT) diviene rivelazione delle tenebre che sono nel cuore dell’uomo.
In particolare, nel dialogo tra Gesù e il “buon ladrone” appare che il Messia morente promette al condannato la comunione con lui: «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). L’evento della morte viene sottratto alla sua forza isolante, e diviene occasione di comunione. «Con me»: la salvezza trova il suo contenuto in queste due parole. Il Salmista esprime la sua fiducia in Dio cantando: «Se anche vado in una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me» (Sal 23,4), Gesù si presenta come Messia affidabile promettendo: «Oggi sarai con me». La morte di Gesù, proprio nella sua irripetibile unicità in quanto morte del Messia e del Figlio di Dio, si rivela decisiva e illuminante per aiutarci a vivere la nostra morte, per innestare la speranza cristiana proprio al cuore dell’evento ineluttabile della fine della vita: «Oggi sarai con me in paradiso» [3].

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Note dell'Autore

1) R. E. Brown, La morte del Messia. Un commentario ai Racconti della Passione nei quattro vangeli, Queriniana, Brescia 1999, pp. 1202-1205
2) E. Manicardi, «L’atteggiamento di Gesù nell’imminenza della sua morte nel vangelo secondo Luca», in Parola, Spirito e Vita 32 (1995), pp. 97-119
3) D. Senior, La Passione di Gesù nel vangelo di Luca, Ancora, Milano 1992, pp. 125-146

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Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi e, dal 2009, Vice Priore.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Senso della vita - Vita e morte

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