04/03/2020

Se non puoi la vita che desideri


Tratto da:
Kostantinos Kavafis, Per quanto sta in te. In: Tutte le poesie. Testo greco a fronte, Donzelli Editore, 2019


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Guida alla lettura

Questa lirica di Kostantinos Kavafis, autorevole nel contenuto, pacata nel tono, offre un insegnamento fondamentale: ciò che è veramente decisivo, a tutte le età e in tutte le condizioni, è non sprecare la vita. Ciò che si oppone a questo imperativo è la cieca inerzia, la vuota inconcludenza che svilisce le nostre giornate quando le lasciamo in balia del «troppo commercio con la gente», delle «troppe parole», del «viavai frenetico», del «quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti». Dinamiche oggi amplificate dall’abuso dei social media che, in un paradosso perverso, all’ossessiva presenza di parole, immagini e faccine aggiunge l’assenza di vere relazioni, di pensieri rigorosi ed esigenti, di interessi che vadano al di là dell’ovvio, del superficiale, dell’effimero.
Le parole di Kavafis ricordano quelle, immortali, di Seneca a Lucilio Iuniore, poeta e scrittore, governatore della Sicilia: «Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle. (…) Dunque, Lucilio caro, metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. (…) Mi chiedi che cosa secondo me dovresti soprattutto evitare? La folla». E il monito dello stesso Seneca nel “De brevitate vitae”: «Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti restituirà te stesso».
Secondo Kavafis tutto questo vale – ed è il suo ammaestramento più importante, l’intuizione più densa di conseguenze – anche quando non si può avere la vita che si sarebbe davvero desiderata: le nostre origini, le ristrettezze economiche o dell’ambiente in cui viviamo, le scelte di studio più o meno coerenti con i talenti che sentiamo di avere e che magari tardiamo a scoprire, i docenti più o meno capaci che incontriamo a scuola, gli amici con i quali condividiamo il tempo della giovinezza, le perdite che possono colpire il nostro cuore, nulla di tutto ciò è un alibi per sprecare il tempo che ci è dato, per sopravvivere nella banalità e nel conformismo, anziché vivere con pienezza dando spazio anche al silenzio, alla riflessione, a una solitudine che non è privazione, ma un “habitare secum” che ci chiarisce, giorno dopo giorno, l’orizzonte verso cui vogliamo camminare.
Riflettiamo infine su un inciso che, nel secondo verso della lirica, sembra attenuare tutto quanto si è detto sinora: «Per quanto sta in te». Si tratta di una subordinata limitativa, ossia di un tipo di proposizione che, nella sintassi, serve a limitare la validità di quanto viene affermato nella frase principale. Ne sono esempio espressioni come «per quanto ne so», «per quanto mi riguarda». “Limitare”, però, non vuol dire necessariamente ridimensionare, giocare al ribasso: può anzi significare il suo esatto opposto, ossia definire i massimi confini di un’azione, di un pensiero. In questo caso, dunque, l’espressione va decodificata: il poeta non sta dicendo che dobbiamo rassegnarci a fare poco, bensì che dobbiamo impegnarci a fare tutto, tutto ciò che è nel nostro potere, perché la vita non cada nell’abisso dell’insensato, non diventi infine una «stucchevole estranea».

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E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo per quanto sta in te:
non sciuparla nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fino a farne una stucchevole estranea.

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Biografia

Il 29 aprile del 1863 nasce ad Alessandria d’Egitto Kostantinos Kavafis, considerato uno dei maggiori poeti del primo trentennio del Novecento. E’ l’ultimo di nove figli di una famiglia della ricca borghesia greca, originaria di Istanbul. Nel 1872, due anni dopo la morte del padre, Kavafis e la famiglia, a causa della rovina economica, sono costretti a trasferirsi in Inghilterra, prima a Liverpool, poi Londra. Kavafis torna ad Alessandria nel 1879, in una città allora cosmopolita che viveva i suoi ultimi splendori, dove impara varie lingue, poi approfondite nei lunghi viaggi in Europa. Nel 1897 è a Parigi, nel 1901 ad Atene.
Dopo l’infanzia in Egitto, il poeta impara il greco a 9 anni, ed è questa la lingua che sceglierà per le liriche: la sente come un idioma al tempo stesso antico e moderno, ricco di spunti letterari, filosofici e poetici, e insieme aperto alla modernità. Tuttavia visiterà la Grecia, patria della sua famiglia, soltanto due volte, a 30 anni di distanza ma, come raccontato in un bel documentario di Rai Scuola dedicato alla Letteratura, «i poeti greci di nuova vita lo consideravano un maestro, soprattutto da vecchio, circondato da un’aura di mistero, di sapienza, e di segreti».
Per vivere lavora come giornalista, poi come agente di Borsa, poi per trent’anni come impiegato al ministero egiziano dei Lavori pubblici, all’ufficio Immigrazioni, da interprete. Inizia a scrivere con costanza nel 1891, ma le liriche più intense le compone dopo i quarant’anni. Partendo dalle radici greche e classiche, e dall’humus letterario di Alessandria d'Egitto, città natale anche di Giuseppe Ungaretti, diventa un poeta di statura internazionale grazie a un saggio del critico britannico Edward Morgan Forster, dopo il quale molti artisti rendono omaggio all’arte di Kostantinos Kavafis, definito ormai il “poeta di Alessandria”.
All’inizio, tuttavia, la sua produzione è centellinata, esce sotto forma di fogli d’album, sparsa su giornali e riviste, addirittura su fogli volanti. Solo dopo la morte viene finalmente pubblicata, nel 1935, una raccolta di 154 poesie, in cui è contenuta «gran parte dell'esperienza umana e artistica di questo eccentrico geniale maestro della poesia moderna». Tuttavia, l’opera completa è stata pubblicata in Italia, con testo greco a fronte, in un libro che s’intitola «Tutte le poesie», edito da Donzelli, a cura di Paola Maria Minucci, che ha radunato non solo le 154 liriche ufficiali, ma anche altre 74 “nascoste”, molte inedite, che Kavafis riteneva di dover custodire «segretamente, testi da non pubblicare ma da conservare», e altre 27 poesie degli esordi, rinnegate negli anni successivi.
E’ lo stesso poeta a riconoscere a questi testi apparentemente secondari una grande importanza, affermando che solo da ciò che ha rifiutato sarà possibile conoscere davvero il nucleo più vero e più profondo della sua ispirazione: «Molte le poesie scritte / nel mio cuore; e quei canti / sepolti sono a me molto cari». Ci informa a questo proposito l’editore Donzelli: «La pubblicazione in italiano di tutte le poesie di Kavafis ci restituisce l’immagine completa della sua opera, importante per capire la storia e l’evoluzione della sua poesia e per rintracciare in essa l’origine di modi e tematiche delle poesie maggiori. I testi più antichi e meno conosciuti dai suoi lettori costituiscono infatti la riserva di ispirazione cui lui tornerà negli anni maturi. La lettura di tutta la sua opera poetica ci permette di entrare nel suo laboratorio poetico, mettendo in luce il lavoro ossessivo su ogni testo, rielaborato per anni, se non per decenni, ma soprattutto dando un quadro ricchissimo della sua poesia e delle tematiche che l'attraversano».
Kavafis muore il 29 aprile 1933, giorno del suo settantesimo compleanno, ad Alessandria d’Egitto, dopo un'operazione alla gola subita ad Atene l’anno precedente. Ungaretti parlò dei suoi incontri con il vecchio poeta greco nella città che aveva visto nascere entrambi, «la nostra Alessandria assonnata che allora, in un lampo, risplendeva lungo i suoi millenni, come non vidi mai più nulla risplendere».
(A cura di Pino Pignatta)

Kostantinos Kavafis

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Parole chiave:
Autorealizzazione - Poesia - Senso della vita

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