02/09/2020

Taoismo: l’incessante divenire della vita e del dolore


Liberamente tratto da:
Alan Watts, Taoismo, Red Edizioni, 2008


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Selezione del brano, guida alla lettura e biografia a cura di Pino Pignatta


Guida alla lettura

Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, di qui il brutto.
Sanno che il bene è bene, di qui il male.
E’ così che essere e non-essere si danno nascita fra loro,
facile e difficile si danno compimento fra loro,
lungo e corto si danno misura fra loro,
alto e basso si fanno dislivello fra loro,
tono e nota si danno armonia fra loro,
prima e dopo si fanno seguito fra loro [...]

Mantenere quando si sia riempito sino all’orlo
non è possibile.
Conservare una lama estremamente affilata
non è possibile.
Non si può, ad un tempo,
possedere e conservare.
Beni e potere uniti ad orgoglio
preparano da sé la rovina.
Agire e ritirarsi
è la Via del cielo.

In questo viaggio nella spiritualità orientale, dopo la meditazione del monaco buddhista Zen Thich Nhat Hanh sull’accettazione dell’impermanenza di tutti fenomeni fisici e mentali, spostiamoci in Cina, in un periodo che va dal IV al III secolo avanti Cristo e nel quale gli studiosi ritengono sia stato scritto un testo – in prosa cinese, a volte in rima – chiamato “Tao Te Ching” (Libro della via e della virtù), dal quale abbiamo estratto le due strofe che aprono questa riflessione.
Il presunto autore dell’opera è Lao Tzu, un saggio dell’antica Cina vissuto intorno al V secolo avanti Cristo, una delle figure spirituali più leggendarie di tutto l’Oriente, probabilmente un filosofo, ritenuto il fondatore del Taoismo, che con il Confucianesimo è una delle due esperienze spirituali, o filosofie, che hanno permeato l’antica Cina. Al centro del pensiero taoista c’è il Tao (a volte più propriamente detto Dao): letteralmente la via, il sentiero.
Il Tao è la forza eterna e invisibile che fa muovere la materia e l’universo: non rappresentata antropologicamente come un dio, ma come un inesauribile divenire, un’energia che “è” e muove le cose, essa fa evolvere il Tutto. E in virtù di questa irrefrenabile potenza cosmica le cose sono ineluttabili: accadono e non possono non accadere. Dunque anche noi, la nostra permanenza nell’universo, la sofferenza, la malattia, la vita, la morte. Da un iniziale stato di non-essere (diverso però dal nulla nel nichilismo occidentale), il Tao si è mosso con forza propria dando origine all’essere, creando un dualismo (essere e non essere) che è la radice di tutti i dualismi. La prima strofa spiega proprio questa situazione: «Essere e non-essere si danno nascita fra loro, / facile e difficile si danno compimento fra loro, / lungo e corto si danno misura fra loro, / alto e basso si fanno dislivello fra loro, / tono e nota si danno armonia fra loro».
La seconda strofa illustra invece, con efficaci esempi, il principio dell’impermanenza, e in base a questa visione taoista noi potremmo aggiungere che «mantenere la perfetta salute iniziale non è possibile», oppure che «mantenere un corpo lontano dalla malattia non è possibile». Gianfranco Bertagni, studioso di filosofie orientali, sottolinea: «La legge dell’impermanenza fa sì che nulla perduri e che ogni cosa tramuti alla fine nella sua mancanza; agire senza orgoglio e senza pensiero di sé, non attaccarsi a ciò che si crea, è la natura della saggezza dell’uomo del Tao».
Non attaccarsi a ciò che si crea. Non attaccarsi a ciò che accade. Insomma, il taoismo come atteggiamento di vita in completo abbandono al corso degli eventi. Un approccio che, nel caso di una malattia, è assai lontano dal pensiero occidentale dove l’uomo, con l’intelligenza e la scienza, cerca di opporsi alla sofferenza; mentre è di tanta parte del pensiero orientale, dal taoismo al buddhismo, l’indicazione di “accettare”, di non opporre resistenza, di lasciare che ogni cosa, semplicemente, sia.
Lao-Tzu paragona il Tao all’acqua: «Il grande Tao scorre ovunque, verso sinistra e verso destra. / Ama e sostenta tutte le cose, ma non domina sopra di esse».
Questa citazione è riportata nel volume “Taoismo”, di Alan Watts, che precisa come il significato del Tao sia «ciò che avviene, l’avvenimento, l’universo. Noi scorriamo con esso. Come non potremmo? Una delle scene preferite è quella di un paesaggio montano e di un poeta che cammina in una foresta di pini, accanto a un ruscello. Dove sta andando? Dove va il ruscello? Da che parte si dirigono le nuvole? Verso quale luogo volano gli uccelli? Si muovono e basta».
Leggiamo dunque, insieme, alcuni passi di questo libro.

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I principi fondamentali della filosofia taoista sono: il Tao (il corso della natura); wu-wei (non forzare, il carattere della natura è simile all’acqua che scorre); il tè (il potere apparentemente magico che deriva dal seguire la via dell’acqua che scorre e dallo scegliere la via di minor resistenza). Seguire la via dell’acqua che scorre denota sempre un ordine di intelligenza superiore, perché è più saggio andare in barca a vela piuttosto che remare [...] Il Tao emerge liberamente e spontaneamente dal vuoto. Ma, se lo osserviamo da un altro punto di vista, vediamo che ogni cosa che succede, succede necessariamente. In realtà, la verità non sta nel primo aspetto e nemmeno nel secondo. Questi punti di vista sono soltanto diversi modi di classificare, di guardare le cose, di spezzettarle.
Il massimo insegnamento del taoismo è che le decisioni che prendiamo e i piani che facciamo possono anche essere lasciati al Tao, proprio come sembrano fare i gatti e gli uccelli. Ma noi ribattiamo: «Siamo in grado di predire il futuro, di fare piani; e quindi possiamo controllare meglio la nostra vita di quanto lo facciano gli animali. Sopravviviamo più a lungo come individui. Viviamo meglio e abbiamo maggior controllo». Però, tutto questo ha un prezzo e questo prezzo è l’ansietà. Più apprendiamo sul futuro, più riusciamo a controllarlo meglio, più ne siamo preoccupati. La notte non riusciamo più a dormire [...]
All’interno di ogni creatura vivente è presente una sensazione di essere in mezzo a un campo di tensione e di resistenza, un’impressione di essere un po’ bloccato, o, dovrei dire, d’essere un ostacolo, un intralcio a se stesso. Ora, immaginiamo l’opposto. Supponiamo, per esempio, che ogni mattina ci svegliamo con una sensazione di trasparenza totale, senza resistenza alcuna nei confronti del mondo esterno. Immaginiamo di scorrere con esso, ne facciamo parte: il mondo è parte di noi […], il nostro corpo è parte della natura, della vita, e scorre con essa).
[…] La maggior parte delle persone, invece, conduce un’incessante lotta contro il mondo esterno: se studiamo i muscoli e la dinamica del corpo umano, scopriamo che stiamo sempre combattendo. Facendo veramente attenzione al corpo, alla posizione, alla tensione muscolare, scopriremo di essere sempre in contrasto con il mondo. Siamo in lotta con la realtà che ci circonda. Se non riusciamo a vedere che siamo parte del mondo, allora proviamo questa immensa sensazione di separazione. E, alla fine, di dolore.

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Biografia

Alan Watts (Chislehurst, Inghilterra, 6 gennaio 1915 - Druid Heights, California, Stati Uniti, 16 novembre 1973) è stato un filosofo inglese. E’ celebre per essere uno dei più affermati studiosi di matrice occidentale delle filosofie orientali (buddhismo Zen, taoismo, induismo). Nel 1957 ha pubblicato il libro “The Way of Zen”, la sua opera più apprezzata, e ancora oggi uno degli sguardi più acuti su questa scuola giapponese.
Durante un viaggio in Europa Watts ha avuto modo di conoscere lo psichiatra e psicanalista Carl Gustav Jung, che ha avuto importanti intuizioni sullo Zen e ha scritto una celeberrima prefazione al libro del monaco Teitaro Suzuki “Introduzione al buddhismo Zen”.
Alan Watts, cresciuto nell’alveo del cristianesimo, ha avuto un’evoluzione spirituale che lo ha portato alla conversione al buddhismo. E’ morto per scompenso cardiaco a 58 anni dopo un tour di seminari.

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Parole chiave:
Senso del dolore - Senso della vita - Sofferenza - Taoismo

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